Nato il 4 ottobre 1542 a Montepulciano da famiglia nobile, a diciotto anni entrò nel noviziato gesuita di Sant’Andrea al Quirinale, a Roma. Compì gli studi di filosofia al Collegio Romano e quelli di teologia a Padova e a Lovanio dove, appena ordinato sacerdote, fu destinato all’insegnamento della teologia con il compito anche di predicare in latino agli universitari. A Lovanio il clima era surriscaldato per le teorie di Michele Baio, che non erano molto diverse da quelle dei riformatori. Bellarmino iniziò i suoi corsi prendendo come libro di testo la Summa theologiae di san Tommaso d’Aquino e il successo fu immediato. Con carità e grazie alla sua conoscenza sbalorditiva della teologia confutò la dottrina del Baio che più tardi abiurò i suoi errori. Nel 1576, essendo stata istituita nel Collegio Romano una cattedra di Controversie, il Bellarmino fu chiamato ad esserne il primo maestro. Le sue lezioni, frequentate da un pubblico cosmopolita, ebbero vastissima risonanza in tutta Europa. Tra il 1586 e il 1593 pubblicò le famose Disputationes de Controversiis Christianae Fidei, che ebbero un grande successo: esse costituiscono una solida difesa della dottrina cattolica secondo un procedimento basato sulla Scrittura, i Padri della Chiesa e la storia, e si possono definire una Summa teologica di nuovo stile, poiché attingono direttamente alle fonti con abbondanza, pertinenza e chiarezza esegetica. Nel 1592 fu eletto rettore del Collegio Romano, due anni dopo superiore della provincia gesuitica di Napoli, poi richiamato a Roma da Clemente VIII come consultore del Sant’Uffizio. Nel 1599 fu creato cardinale e nel 1602 arcivescovo di Capua, ma dopo tre anni il nuovo papa Paolo V lo volle ancora a Roma per importanti incarichi. Prevedendo la morte, il santo ottenne dal Pontefice di trasferirsi nel noviziato dei Gesuiti, dove si spense, recitando il Credo e invocando il Signore, il 17 settembre 1621. Pio XI lo beatificò nel 1923 e lo canonizzò nel 1930, dichiarandolo, l’anno dopo, dottore della Chiesa.
"Il segreto della vita cristiana è l'amore. Solo l'amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nei cuori." Papa Francesco 8/10/2013
mercoledì 17 settembre 2014
Santo del giorno
Nato il 4 ottobre 1542 a Montepulciano da famiglia nobile, a diciotto anni entrò nel noviziato gesuita di Sant’Andrea al Quirinale, a Roma. Compì gli studi di filosofia al Collegio Romano e quelli di teologia a Padova e a Lovanio dove, appena ordinato sacerdote, fu destinato all’insegnamento della teologia con il compito anche di predicare in latino agli universitari. A Lovanio il clima era surriscaldato per le teorie di Michele Baio, che non erano molto diverse da quelle dei riformatori. Bellarmino iniziò i suoi corsi prendendo come libro di testo la Summa theologiae di san Tommaso d’Aquino e il successo fu immediato. Con carità e grazie alla sua conoscenza sbalorditiva della teologia confutò la dottrina del Baio che più tardi abiurò i suoi errori. Nel 1576, essendo stata istituita nel Collegio Romano una cattedra di Controversie, il Bellarmino fu chiamato ad esserne il primo maestro. Le sue lezioni, frequentate da un pubblico cosmopolita, ebbero vastissima risonanza in tutta Europa. Tra il 1586 e il 1593 pubblicò le famose Disputationes de Controversiis Christianae Fidei, che ebbero un grande successo: esse costituiscono una solida difesa della dottrina cattolica secondo un procedimento basato sulla Scrittura, i Padri della Chiesa e la storia, e si possono definire una Summa teologica di nuovo stile, poiché attingono direttamente alle fonti con abbondanza, pertinenza e chiarezza esegetica. Nel 1592 fu eletto rettore del Collegio Romano, due anni dopo superiore della provincia gesuitica di Napoli, poi richiamato a Roma da Clemente VIII come consultore del Sant’Uffizio. Nel 1599 fu creato cardinale e nel 1602 arcivescovo di Capua, ma dopo tre anni il nuovo papa Paolo V lo volle ancora a Roma per importanti incarichi. Prevedendo la morte, il santo ottenne dal Pontefice di trasferirsi nel noviziato dei Gesuiti, dove si spense, recitando il Credo e invocando il Signore, il 17 settembre 1621. Pio XI lo beatificò nel 1923 e lo canonizzò nel 1930, dichiarandolo, l’anno dopo, dottore della Chiesa.
martedì 16 settembre 2014
Santo del giorno
La commemorazione nello stesso giorno di questi due martiri è antica, perché già presente nel martirologio Geronimiano. Cornelio fu eletto papa nel 251 e governò la Chiesa solo per due anni; fu difeso da san Cipriano nello scisma rigorista di Novaziano, prete romano che lo accusava di cedimenti nella questione dei lapsi, cioè degli apostati caduti che ritornavano alla Chiesa senza però voler sottoporsi alla penitenza, accontentandosi di “certificati” di riconciliazione loro concessi dai “confessori” della fede. Non si sa nulla delle sue origini, ma forse apparteneva alla grande famiglia dei Cornelii. Dopo la peste che si abbatté sull’impero romano nel 252-254 e di cui furono accusati i cristiani per aver provocato la collera degli dèi, l’imperatore Gallo scatenò una persecuzione, che però fu benigna, perché Cornelio fu esiliato a Civitavecchia (Centumcellae, il porto di Roma) dove morì. Fu sepolto nelle catacombe di san Callisto a Roma. Cipriano, nato a Cartagine verso il 210, fino ai 25 anni aveva esercitato la professione di retore e di avvocato, poi si convertì e fu battezzato nella Pasqua del 246. Morto il vescovo Donato, egli fu eletto a succedergli nella sede metropolitana di Cartagine, che aveva il primato su circa 150 vescovi. Fu coinvolto anch’egli nella disputa sui lapsi e dovette lottare contro il prete Novato (sostenitore dell’antipapa Novaziano) e contro il diacono Felicissimo (che aveva eletto come antivescovo Fortunato), i quali avevano consumato lo scisma. Cipriano riunì nel 252 il concilio di Cartagine che condannò i due, e papa Cornelio ne approvò la scomunica. Ci furono invece degli screzi con papa Stefano, durante un altro concilio a Cartagine nel 256, sul ri-battesimo degli eretici e degli scismatici, ma la questione fu poi risolta pacificamente da Sisto II. Cipriano morì durante la persecuzione di Valeriano; prima esiliato a Curubis e, dopo il ritorno a Cartagine, nuovamente processato, fu decapitato il 14 settembre 258.
lunedì 15 settembre 2014
Santo del giorno
La devozione privata ai sette dolori della Vergine ha preceduto di molto la festa liturgica. Questa devozione venne di moda soprattutto a partire dal secolo XV; ricordiamo, per esempio, le innumerevoli immagini chiamate “Pietà” che rappresentano Maria che sostiene sulle ginocchia il Figlio deposto dalla croce. I dolori della Vergine, che furono poi fissati in numero di sette, corrispondono ad altrettanti momenti del Vangelo particolarmente dolorosi per la madre del Redentore: 1. La profezia del vecchio Simeone; 2. La fuga in Egitto; 3. La scomparsa di Gesù per tre giorni fino al suo ritrovamento nel tempio; 4. Gesù che porta la croce al Calvario; 5. La crocifissione e l’addio di Gesù dalla croce; 6. Gesù viene staccato dalla croce; 7. La deposizione nel sepolcro. Dal secolo XV in poi, alcune Chiese incominciarono a celebrare nella liturgia la “compassione” di Maria ai piedi della croce. I religiosi Servi di Maria (Serviti) – ottennero nel 1667 l’approvazione della celebrazione dei sette Dolori; la festa, sotto il pontificato di Pio VII, entrò a far parte del calendario romano e san Pio X, nel 1913, ne fissò la data al 15 settembre. Nei periodi tardomedioevale e moderno emerge il fenomeno delle lacrimazioni mariane; nel 1489 Pennabilli, nelle Marche; nel 1494 ad Assisi, nel 1522 a Treviglio, nel 1553 a Dongo, dove le immagini di Maria che lacrima danno origine a santuari. Non occorrerà attendere molto per trovare le prime lacrimazioni di sangue: quella di una immagine a Ponte Nossa (Bergamo) nel 1511, quella di Rho (Milano) nel 1583 e quella avvenuta nel 1598 a Mesagne (Brindisi). Nei secoli seguenti si alternano apparizioni della Madonna piangente e lacrimazioni di statuette: le più note, anche perché approvate dall’autorità ecclesiastica, sono l’apparizione di La Salette, sulle Alpi francesi nel 1846, e l’evento di Siracusa, dove un quadretto del Cuore immacolato di Maria ha pianto per 4 giorni nel 1953.
domenica 14 settembre 2014
Santo del giorno
Il 13 settembre del 335 avvenne a Gerusalemme la dedicazione delle due basiliche costantiniane: quella del Martyrion, sul Golgota, chiamata pure ad Crucem, e quella della Anàstasis, cioè della risurrezione. Il giorno seguente, il 14, venne esposta la reliquia della Croce, che era stata trovata, secondo quanto si dice, pure un 14 settembre. La partecipazione della regina Elena, madre di Costantino, a questa “Invenzione” è considerata leggendaria, anche se ne parlano Socrate Scolastico, nato nel 380 circa, e Sozomeno, morto nel 450 circa, ciascuno nella propria Storia ecclesiastica. Secondo questo racconto Macario, vescovo di Gerusalemme, fece porre le tre croci una per volta sopra il corpo di una donna gravemente malata, la quale guarì perfettamente al tocco della terza croce, che venne identificata come quella di Cristo. Nel secolo VII troviamo questa festa in Occidente, dove il termine greco hypsòsis venne tradotto con exaltatio, esaltazione. In Occidente, questa exaltatio viene messa in relazione con il recupero della preziosa reliquia che era stata trafugata nel 614, dopo la conquista di Gerusalemme, da Cosroe II, re persiano, ed era stata poi riportata a Costantinopoli dall’imperatore bizantino Eraclio il 3 maggio del 628. La croce venne persa definitivamente nel 1187, quando l’esercito cristiano fu messo in rotta dal Saladino, non senza però che prima alcune parti di essa si diffondessero per il mondo cristiano. Sicuramente fu presa dai musulmani e nelle cronache islamiche si ricorda che il Saladino ne rifiutò la restituzione ai rappresentanti cristiani che gliela chiedevano, sostenendo che Gesù nell’Islam è considerato un grandissimo profeta, degno di essere ricordato. Con la festa odierna, la Chiesa ci ricorda che, attraverso la follia della Croce, il dolore, la morte, la malattia, le avversità possono diventare sapienza e la gloria promessa a Gesù può essere condivisa da tutti coloro che desiderano seguirlo.
sabato 13 settembre 2014
Non c’è più tempo per perdere tempo
Nel frenetico susseguirsi di tutte le nostre
occupazioni, non ci rendiamo conto dello scorrere del tempo. Il tempo è un
enorme dono di Dio ed ogni nuova giornata ne è il segno evidente. Ma che
facciamo del nostro tempo? Ogni istante che passa va a sprofondarsi
nell’eternità pieno di quello di cui l’abbiamo riempito.
Santo del giorno
Il soprannome Crisostomo «bocca d’oro», ci dice l’eloquenza di questo Dottore della Chiesa: Giovanni d’Antiochia, nato in Siria dove la famiglia si era trasferita per seguire la carriera dal padre funzionario imperiale, dopo i 18 anni si immerge nello studio della Bibbia, prima in comunità e poi, per lunghi anni, in solitudine. Sembra votato alla vita eremitica, ma il suo vescovo lo ordina sacerdote nel 386 e gli affida la predicazione, che è la sua strada, armato com’è di sapienza biblica: spiegata da lui, la Scrittura arriva al credente come un messaggio personale di stimolo, di ammonimento e di guida, o talvolta come pugno nello stomaco, perché lui va sempre giù deciso contro ipocrisie e corruzione. Così diventa presto popolarissimo. Nel 398 è consacrato Patriarca di Costantinopoli, la capitale orientale dell’Impero. L’effetto della sua predicazione è straordinario: egli parla dei primi cristiani che ignoravano «gelide parole come tuo, mio», entusiasma i ceti popolari e il clero più integro col pronto aiuto ai poveri, con gli ammonimenti all’alto clero a alla corte per i loro vizi e con la durezza contro gli abusi di preti e monaci. Lo seguono molti vescovi, ma altri lo osteggiano ottenendo l’appoggio dell’imperatrice Eudossia; così, per iniziativa di un’assemblea di vescovi, prontamente accolta dalla corte, nel 404 Giovanni viene esiliato, prima in Bitinia, poi in Armenia, e infine ai piedi del Caucaso, mentre il clero a lui fedele è spodestato e perseguitato. Muore il 14 settembre 407. Durante l’esilio si era dedicato a scrivere, non solo lettere, ma opere in aggiunta a quelle composte in gioventù: sulla vita monastica, sulla compunzione, sul sacerdozio, la vedovanza e la verginità, sull’educazione dei figli, sulla Provvidenza di Dio. Per non parlare dei sermoni, delle omelie anche apologetiche, delle catechesi mistagogiche; un complesso che fa di lui, tra i Padri greci, quello che ha lasciato l’eredità letteraria di più vaste proporzioni.
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